L’ipotesi tradizionale, che identifica l’anonimo autore del vangelo con l’apostolo Giovanni, si basa sulle molte citazioni del discepolo che Gesù amava e sulla tradizione, che a partire dal II secolo, lo attribuisce quasi unanimemente all’apostolo.
Già dal XIX secolo gli studiosi hanno evidenziato che la struttura letteraria del vangelo manifesta una lenta formazione progressiva, che partendo da un substrato giovanneo attraverso rimaneggiamenti successivi sarebbe approdata alla fisionomia attuale.
La gestazione dell’opera dura circa 60 anni, attraverso un lungo e complesso lavoro di stesura e revisione. In questi anni avviene una maturazione della visione teologica in seno alla comunità. Tale maturazione riguarda la riflessione sulla vita di Gesù, la comprensione dei segni liturgici, ma anche il senso della storia, in relazione alla caduta di Gerusalemme (sottomessa nel 70 d.C. dai romani) e all’inizio delle persecuzioni.
I discorsi presenti nel Vangelo di Giovanni sono il frutto di teologia, di letteratura e di meditazione; il testo ha un valore anche letterario, pieno come è di richiami, di riprese e di approfondimenti al proprio interno. È un grande tessuto dove diversi fili si incrociano e si intrecciano.
Il quarto Vangelo rispecchia la vita dell’apostolo Giovanni e della sua comunità. È un’opera che nasce nella vita e per la vita. L’apostolo prima di tutto ha predicato. Dalla predicazione iniziale nasce qualche scritto che a sua volta si evolve, viene riletto, riscritto, ritoccato, finché si arriva alla stesura definita.
Il Vangelo non è un’opera autonoma, perché fa parte di un gruppo di scritti: è infatti strettamente legato alle tre lettere e all’Apocalisse. Per poter spiegare il vangelo bisogna tener conto anche di questi scritti. Essi ci permettono di parlare di un ambiente vitale d’origine che è una comunità con un proprio linguaggio e una particolare mentalità.
Alla luce di questa situazione, la storia del quarto Vangelo può essere schematizzata in questi cinque stadi:
- nella fase della predicazione si costituiscono lentamente le tradizioni evangeliche;
- il materiale tradizionale assume una forma particolare e viene strutturato in raccolte letterarie;
- tutto questo molteplice materiale subisce un coordinamento organico, che equivale a una prima edizione;
- in seguito il testo viene aggiornato tenendo conto delle difficoltà e dei problemi insorti nel frattempo, e si può parlare di una seconda edizione;
- l’edizione definitiva è curata da un redattore diverso dall’autore, forse dopo la morte dell’apostolo.
Tutto questo avviene nella comunità di Efeso (capitale della provincia romana d’Asia, sulla costa occidentale dell’odierna Turchia). Giovanni poté essere vissuto ad Efeso gli ultimi 20-30 anni della sua vita, verso la fine del I secolo. È appunto tra il 95 ed il 100 che viene collocata la stesura definitiva dell’ultimo vangelo.
Nonostante la vita di Gesù descritta nel vangelo di Giovanni corrisponda sostanzialmente a quella tratteggiata dai Sinottici, il contenuto e l’impostazione del quarto vangelo ne fanno un’opera indipendente e caratterizzata da sostanziali differenze rispetto agli altri tre vangeli. Alcune discrepanze nel contesto geografico-temporale, la menzione di soli due Segni comuni ai sinottici con l’aggiunta di cinque esclusivamente suoi, la mancanza di alcune predicazioni di Gesù riportate negli altri vangeli farebbero pensare che il quarto vangelo non sia stato scritto in relazione ai precedenti, seguendo piuttosto un proprio intento autonomo.
Il Vangelo di Giovanni, il quarto dei canonici, è forse il testo più caro e amato dai credenti cattolici a causa del marcato contenuto emotivo che impregna tutto ciò che si riferisce a Gesù. La tradizione attribuisce la redazione all’apostolo Giovanni, figlio di Zebedèo, individuato come «l’amato di Gesù», quello che nell’ultima cena «si trovava a tavola a fianco di Gesù» (Gv 13, 23), ma le analisi del contenuto e della struttura dei testi di Giovanni, compiuti da esperti super partes, hanno scartato l’attribuzione.
Anche per un profano in materia, risulta impossibile che un pescatore di carattere violento e privo di istruzione come sembra sia stato l’apostolo Giovanni possa redigere testi cosi brillanti e colti (benché gli si possa attribuire tutta l’ispirazione divina). Ma lo sguardo attento degli esperti in esegesi biblica e lingue morte va molto più in là del semplice sospetto e offre informazioni e ragionamenti penetranti.
Di seguito, riproduciamo un frammento della valutazione su questi testi data dallo studioso Hugh J. Schonfield:
«Gran parte del Vangelo è formato da discorsi di Gesù. Quando questi si prolungano, compaiono trattati al modo greco, cioè, intercalati con domande o commentari degli ascoltatori (in questo caso gli ebrei o i discepoli), che in questo modo portano avanti il discorso. Se queste «conversazioni» e gli altri motti vengono confrontati con la maniera di esprimersi prevalente negli altri Vangeli, e ovvio che colui che parla non è lo stesso uomo. «Il Gesù che viene fuori dai Vangeli sinottici parla alla maniera ebraica, per tematiche e costruzione, come può vedersi nel Discorso della Montagna. Invece, il Gesù del Vangelo di-Giovanni impiega un linguaggio totalmente diverso, non ebraico e spesso con uno stile pretenziosamente forestiero. Quando fa riferimento alla Legge consegnata a Mosè dice “la vostra Legge” al posto di “la nostra” e dichiara: “Tutti coloro che sono venuti prima di me sono ladroni e briganti”. Inoltre, fa riferimento a Dio identificandolo con se stesso quando dice: “Io e mio Padre siamo uno”.
«È evidente che tutto questo materiale relativo a Gesù fu elaborato da un greco cristiano e, se confrontiamo linguaggio e stile, ci sono buone ragioni per ritenere che è sua anche la redazione della Prima Lettera di Giovanni (Giovanni l’Anziano). Intorno al 140 d.C. questo Giovanni era ancora vivo e abitava nell’Asia Minore (ne fa menzione Papia di Gerapoli che lo segnala come qualcuno capace di narrare le cose dette e fatte da Gesù). Questa data è troppo tardiva perché potesse essere in vita ancora qualche discepolo di Gesù. A quali reminiscenze ha avuto accesso questo Giovanni?
«La risposta è che un discepolo diretto di Gesù, come sappiamo, abitò a Efeso fino agli inizi del II secolo e Giovanni l’Anziano potrebbe averlo incontrato li. Anche questo discepolo si chiamava Giovanni. Eusebio, nella sua Storia ecclesiastica, commenta che a Efeso vi erano le tombe di due Giovanni. L’informazione gli era arrivata da una lettera scritta da Policrate, vescovo di Efeso, a Vittorio di Roma. Policrate faceva questa importante dichiarazione: “Inoltre, Giovanni, che si trovava al fianco del nostro Signore e fu sacerdote, portandone l’insegna, testimone e maestro, riposa anche lui a Efeso”.
«Il “discepolo caro” a Gesù si rivela dunque come un sacerdote ebraico, coerentemente con quanto si dice nel quarto Vangelo, quando lascia intravedere i suoi uffizi sacerdotali nei ricordi che formano parte del testo. I riferimenti al rituale ebraico e al culto del tempio sono esatti, cosf come anche quando parla dei sacerdoti che non entrano nel pretorio di Filato per evitare le impurità. Egli stesso non entrerà nel sepolcro dove era stato depositato Gesù finché non ha saputo che ormai non vi era nessun cadavere. Apparteneva a una distinta famiglia sacerdotale ebrea ed era conosciuto personalmente dal sommo Pontefice. Possedeva una casa a Gerusalemme nella quale, dopo la crocifissione, ha ospitato la madre di Gesù. Naturalmente, aveva una buona conoscenza della topografìa di Gerusalemme e introduce e spiega alcune parole aramaiche. Bisogna dedurre che la casa di Giovanni il Sacerdote, con la sua ampia sa-a superiore, servf da scenario alla Cena Pasquale o “Ultima cena , dove il “discepolo caro”, come padrone di casa, occupò un posto d’onore vicino a Gesù e potè appoggiarsi sul petto del Messia , come racconta il Vangelo. Alla Cena, dunque parteciparono quattordici persone.»
«La tradizione riferisce che il “discepolo caro” abitò successivamente a Efeso fino a un’età molto avanzata (cfr. Gv 21, 22-23) e lì è stato persuaso a dettare le sue memorie su Gesù. Sembra che queste siano entrate a far parte del quarto Vangelo, intercalate da una serie d’indicazioni, per lasciare stabilito che Gesù è il Messia [...]. Abbiamo cosi la prova che il Vangelo di Giovanni, cosi come lo conosciamo, è un documento di composizione eterogenea. La sua base sono le memorie di Giovanni il Sacerdote, che appare agli inizi come un discepolo di Giovanni Battista, e perciò vincolato agli esseni. Il fatto che Giovanni il Sacerdote fosse uno studente provetto di mistica ebraica aiuta a spiegare il fascino della sua opera per “l’Anziano” greco. Il Vangelo racchiude nelle sue parti narrative molti elementi caratteristici dell’autore dell’Apocalisse, mentre essa, nei Messaggi alle Sette comunità e ad altri luoghi, contiene molto materiale tipico dell’autore della maggior parte del testo del presente Vangelo.»
Se si legge con attenzione il testo del Vangelo, che fu composto molto tardivamente, verso la fine del primo decennio del II secolo, vediamo che tanto in Gv 19, 35 come in Gv 21, 24, il redattore, il greco Giovanni l’Anziano, si differenzia chiaramente dalla persona che è la fonte della storia e il testimone degli eventi registrati, e cioè dall’ebraico Giovanni il Sacerdote. Più tardi, nel I Gv 1, 1, per esempio, la personalità del redattore cerca di fondersi con quella del narratore attraverso l’uso della prima persona plurale, ma ciò non impedisce di poter distinguere l’uno e dall’altro.
Per quanto concerne l’Apocalisse o Rivelazione (questo è il suo significato) si tratta di un libro che appartiene a un genere specifico di scritti ebrei, cosiddetti apocalittici, apparsi con forza intorno al 160 d.C. e caratterizzati dal linguaggio fiorito presente nella visioni e nella simbologia impiegata per narrare. 1 mistici ebrei si sono ispirati alla simbologia babilonese e persiana per concretizzare le visioni, ampliando e adattando questi simboli per poterli utilizzare in un peculiare contesto monoteista e messianico. Questo tipo di letteratura veniva impiegata frequentemente per dare forza drammatica a fatti già avvenuti o in corso di svolgimento e per avvolgere in un linguaggio profetico dati come avvenimenti non ancora occorsi.
«La Rivelazione (o Apocalisse) di Gesù-Cristo è un modello cosi eccelso di questo genere letterario che l’autore può essere stato solo uno specialista — segnala Schonfield — con una gran familiarità col tempio e i suoi misteri e ben informato su guanto riguarda l’interpretazione escatologica del Cantico di Jtfosè (Dt32). Questo autore pensa in ebraico, e il suono di certe parole ebraiche si insinua nelle sue visioni. La lingua greca in cui scrive non è molto letteraria. Se il nome di Giovanni, nel libro che indica il veggente o narratore, non è uno pseudonimo, può sicuramente trattarsi di Giovanni il Sacerdote, il «discepolo caro» di Gesù [...] discepolo del predicatore profetico degli Ultimi Tempi, Giovanni Battista30, cosa che rende molto probabile la sua associazione con i gruppi mistici-profetici ebraici, 1 come gli esseni. Anche il quarto Vangelo suggerisce la sua appartenenza a una famiglia sacerdotale, [...] è certamente poco credibile che qualcuno che non fosse sacerdote fosse, in quanto autore della Rivelazione, cosi ben informato su tutto quanto concerneva il Tempio di Gerusalemme.»
Di fronte alla terribile complessità del linguaggio simbolico adoperato nell’Apocalisse, questo testo ha dato luogo a ogni tipo di speculazione esoterico-mistica e paranoica31, e si è fatto la fama di testo «profondamente misterioso». Ma il lettore che desideri svelare pili facilmente questo presunto mistero non deve fare altro che leggere la traduzione del testo del più volte citato Hugh J. Schonfield32. Il suo dominio della cultura ebraica antica e dell’esegesi biblica gli permettono di apportare a ogni paragrafo dell’originale una serie di note e commenti storici cosi pertinenti e documentati che l’Apocalisse acquista finalmente un senso chiaro e concreto e, in buona misura, lontano dalla stessa interpretazione cattolica.