Le parole e le azioni di Gesù non erano rivolte alle persone socialmente rispettabili e in regola, ma a quelle che la società del tempo disprezzava – la gente comune, che «lo ascoltava con gioia» – e a quelle emarginate: gli esattori delle tasse e i peccatori. Ma chi erano costoro? Gli esattori delle tasse erano semplici giudei che collaboravano con i Romani aiutandoli a riscuotere tributi e traendone un ingente profitto. Collocati coi loro banchi doganali nei punti nevralgici, come le porte delle città, i luoghi di mercato e i crocevia, essi accumulavano cospicue somme di denaro, di cui solo una parte doveva essere versata allo Stato, il resto finiva nelle loro tasche. È naturale che, in un paese dove la tassazione era il tormentoso simbolo dell’occupazione straniera, e dove il collaborazionismo equivaleva all’apostasia, gli esattori fossero odiati. Il termine «popolo della terra» corrispondente in pratica a «peccatori» poteva essere usato non solo per coloro che avevano trasgredito la legge morale, come le prostitute, ma anche per la gente che non osservava la Legge di Mosè. Secondo il Talmud, un uomo era peccatore se non mangiava il pane in istato di purezza rituale. Il termine «popolo della terra», usato inizialmente per indicare i contadini stabilitisi in Israele durante l’esilio dei Giudei, e considerati perciò usur-patori, finì per essere applicato a tutti coloro, specialmente lavoratori o braccianti, che non avevano né tempo né voglia di studiare la Legge, e trascuravano quindi molte delle prescrizioni in essa contenute. In un ambiente religioso e culturale che vedeva in questo studio un mezzo di santificazione, essi erano considerati con sospetto. La compassione di Gesù contrasta con la durezza della gente convenzionalmente religiosa: egli non solo va a cercare e a interpellare questi disprezzati, ma addirittura mangia con loro: gesto di estrema intimità, che ancora oggi, per tutte le popolazioni del Medio Oriente, significa pace e accoglienza.
Giugno 16, 2008
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